Il Vittoriale degli Italiani

All’architetto del Vittoriale, il fido e sagace Gian Carlo Maroni, il poeta assegna un mandato ineludibile: le strutture abitative o monumentali debbono quanto è possibile integrarsi con il paesaggio intorno. Sin nella Piazza Dalmata antistante la Prioria affluisce un’onda mossa e fragrante di pitosfori, quasi indice teso verso la contigua pinus nigra svettante alta nel cielo. Impossibile poi, per d’Annunzio, resistere all’impulso di trasformare un brano di natura viva in invenzione fantastica: egli lo cala in una trama avvolgente di finzioni onomastiche, allegorie, geroglifici, figure sospese in un’attitudine misteriosamente allusiva, entro una vicenda sempre nuova di apparizioni e corrispondenze simboliche, di prospettive curiose. Natura e Arte si rivelano più che mai un unico “dio bifronte”. E a questo spazio di metamorfosi e al suo concerto di sensazioni compenetrate cospira una profusione doviziosa di oleandri, palmizi, acanti, rododendri, soprattutto di cipressi ed ulivi (“Ulivi del Garda tanto umani! Magri, svelti, col tronco diviso, senza mole, tutti respiro e attenzione, ariosi e ingegnosi…”), tra siepi di lauro e di mirto, mentre l’astrazione geometrica che ordina le terrazze di un’antica limonaia (di cui si conserva ancora l’impianto di irrigazione settecentesco) convive a sorpresa con l’ardente sensualità di un roseto vermiglio.

Per ogni dove fruttifica il melograno, che d’Annunzio promuove a emblema del suo sentimento d’esistere in un ciclo esaltante di morte e rinascita, come nel mito di Persefone, e che -nel Frutteto- trova la sua apoteosi scultorea nell’opulenta Canefora di Napoleone Martinuzzi. Ed è come se, pur nel fervente rispetto della vegetazione più tipica del lago, d’Annunzio si compiacesse di ripercorrere i tanti giardini della sua letteratura (nutriti oltretutto di esattissime nozioni botaniche), arieggiando di volta in volta il ritmo plastico del giardino toscano, i giardini “di pompa e di delizia” della tradizione lagunare, il chiaroscuro barocco dei parchi boschivi nelle ville romane. Così l’hortus conclusus del Frutteto si fregia di una teoria di aquile di pietra, citazione di un motivo decorativo del parco di Villa d’Este a Tivoli.

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